Merendelli

Bianco. Ecco quello che Rosa riusciva a vedere tra i rami ancora poco sviluppati della pianta poggiata sul tavolo della cucina. L’alberello era così scarno e secco che la signora Bilotta si chiedeva come potesse reggersi dritto in un pugno di terra, dentro un po’ di plastica. Suo marito aveva dovuto lottare contro un tizio di Messina per accaparrarselo. Le buone maniere non erano mai state il forte di Antonio, detto Totò.

Tutto, proprio tutto, però si sarebbe dovuto fare per l’ultimo esemplare di merendello sulla faccia della Terra. Rosa si sedette sulla sedia di formica gialla per guardarlo meglio. Aspettava solo che il caffè uscisse. Una polvere fina come la farina della polenta copriva il finto granito del tavolo. Poi guardò per aria. A lei quella cucina era sempre sembrata una tomba.

Era una pazzia sperare che l’albero potesse crescere lontano dal sole del loro paese. Ci sarebbero voluti anni, forse tre, per avere un responso sicuro che le avrebbe dato ragione. Quando la moka prese a fare quel rumore di sassi calpestati da un’auto, Rosa si diresse verso di essa. Lo spazio era così risicato da compiere quel tragitto con un solo passo. Abbassò il fuoco e aprì il coperchio della caffettiera rimestando con dolcezza quel liquido dall’odore nero.

Maledisse la fretta con cui tolse il cucchiaino. Una goccia cadde sul fornello tirato a lucido dalla sera prima. Per seguirne la traiettoria, distolse gli occhi dal latte, che stava debordando. Cominciò ad agitare la mano per bloccare la schiuma.

Dopo aver spostato il pentolino in una bacinella d’acqua fredda, Rosa scostò le tende malaticce dalla finestra. Il tempo era nuvoloso. Continuava a pensare all’albero e ai suoi frutti. “Sì e no ce ne farà uno solo”, disse ad alta voce. “Ce lo divideremo in quattro, mamma”, rispose Lucia, la più piccola dei suoi figli.

Francesca Fiorentino



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